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ICEA - Istituto Certificazione Etica e Ambientale

  • Visioni “miopi” che affondano il territorio

    Il “racconto” che la politica e le istituzioni in genere elaborano e diffondono del territorio nel quale operano è quasi sempre strumentale all’acquisizione di una “rendita di posizione” mediatica. La linea di pensiero dominante è più o meno la seguente. Sì, è vero, i problemi ci sono, le emergenze sono sotto gli occhi di tutti, ma le responsabilità - e su questo si infrange nella stragrande maggioranza dei casi l’onestà intellettuale del ragionamento - sono sempre attribuibili a chi c’era prima o, comunque, solo in minima parte a chi si trova nel momento attuale a rivestire un preciso ruolo e a svolgere una conseguente funzione. In questo contesto, tra l’altro neanche più menzionato dal circuito dell’informazione, può capitare, però, di partecipare ad un dibattito televisivo – a Telecolore, mercoledì scorso – e di ascoltare un amministratore regionale (Daniela Nugnes, delegata all’Agricoltura del governatore Caldoro) che non solo riconosce con nettezza i ritardi della Regione (“Si, fino a questo momento non è stata espressa in politica economica una visione di insieme, non è stato messo a fuoco un modello di sviluppo pienamente coerente con le vocazioni produttive delle varie aree che compongono la Campania”), ma addirittura non teme di sfidare le categorie produttive del comparto nel quale esercita la sua delega ad un maggiore attivismo sul terreno della ricerca delle soluzioni, oltre che sul versante della denuncia delle emergenze. In questo modo la trasmissione televisiva si è in breve trasformata in una sorta di “question time” senza rete, con l’assessore (di fatto assessore) regionale all’Agricoltura che ha rilanciato una metodologia apprezzabile, quella dei tavoli di consultazione permanente con le categorie e con gli attori della filiera dell’agroindustria, che resta l’asset centrale per il rilancio dell’economia non solo della Campania, ma dell’intero Mezzogiorno. Naturalmente – ma lo ha precisato la stessa Nugnes – non è che le questioni si risolvano semplicemente trovando sintonie ed accordi sui tavoli di consultazione, che spesso si rivelano, invece, strumenti che “ingessano” e non rivitalizzano le strutture amministrative regionali. Ma, di certo, è stato importante ritornare ad ascoltare un amministratore regionale che guarda avanti e non si rifugia nelle difficoltà derivanti da eredità delle passate gestioni. D’altro canto, non è che si possa ancora stare a crogiolarsi nel “non fatto” o su quello che si poteva fare e, comunque, non è stato fatto. Ma, allora, proprio perché capita di ascoltare talvolta il “racconto” realistico dello scenario nel quale operano le istituzioni in questa regione del Mezzogiorno, sarebbe davvero auspicabile che la politica la smettesse di trincerarsi dietro una “visione” che per i tanti deficit competitivi è sempre attribuibile agli altri, agli avversari, e che per le poche valenze positive è, senza dubbio alcuno, frutto del proprio impegno personale (prima ancora che politico). La “miopia” strutturale di questo atteggiamento, un vero e proprio malcostume che andrebbe sbugiardato con più veemenza dal circuito dell’informazione, ha prodotto danni incalcolabili. Anche perché autorizza qualsiasi amministratore a non entrare nella logica del dovere rendere conto non di quello che non è stato fatto, ma di quello che si sta realmente facendo nell’esercizio delle proprie funzioni adesso, hic et nunc. La maturità e la qualità di una classe dirigente, compresi – naturalmente – i corpi intermedi, le associazioni di categoria, i singoli imprenditori, tutti gli attori che compongono la platea sociale, si evince sostanzialmente dal modo di approcciare i problemi. E’ triste e sconfortante osservare che anche nella ricerca di una dialettica con la politica e le istituzioni, spesso, emerga, invece, un deficit di coesione. Vanno bene le visioni diverse, ma, almeno, nel momento della focalizzazione delle soluzioni andrebbe individuato un percorso comune, come accade in territori più virtuosi (che conoscono bene il valore dell’unità d’intenti). Forse, bisognerebbe ripartire da questi fondamentali della grammatica democratica. Ed è in questa prospettiva che Nugnes ha ragione, quando ha afferma che “è la politica che deve mettere in campo la regia delle soluzioni ai problemi”. Sarebbe il ritorno della bella politica in questa disastrata regione. Meglio tardi – ammesso che avvenga – che mai. ERNESTO PAPPALARDO direttore@salernoeconomy.it


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La laurea? Non basta
22/09/2017

thumbnail-small-1.jpgQuesto articolo è stato pubblicato sul quotidiano Il Mattino (edizione Salerno) venerdì 15 settembre 2017.

di P. Coccorese

ed E. Pappalardo

Se tre indizi fanno una prova, allora è il caso di convincersi una volta e per tutte che la provincia di Salerno di sicuro non è “adatta” ai laureati. Per la verità, non si tratta di una constatazione particolarmente nuova, ma mettere in fila numeri e percentuali che confermano una triste verità fa sempre un po’ impressione. Primo indizio: solo l’8 per cento dei laureati è previsto in entrata nel mercato del lavoro salernitano (fonte: Sistema Informativo Excelsior/Unioncamere/Ministero del Lavoro) nell’ultimo periodo monitorato (agosto-ottobre 2017) in relazione ai contratti che le imprese del settore privato – industria e servizi – hanno dichiarato di volere attivare.  [Continua]

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    Campania. La ripresa c’è, ma ancora lontani dalla pre-crisi
    07/07/2017

    Lo scenario.

    Lo stato di salute dell’economia campana nel 2016 ha mostrato segnali di miglioramento, ma non tali da allentare le preoccupazioni - nel breve e medio periodo – dal punto di vista reddituale ed occupazionale. Secondo diversi fonti analitiche la “ripresina” si è basata su una lieve espansione della domanda interna – che ha rilanciato in maniera disomogenea i consumi – e dell’export (prioritariamente incentrato sul segmento farmaceutico ed in seconda battuta sull’agroalimentare). Il dato che, comunque, fotografa la reale dimensione della situazione si sintetizza nel ritardo ancora ben consolidato del Pil rispetto al periodo pre-crisi (2007). Nel 2016 il prodotto interno lordo campano accusa ancora un -16% in relazione al Pil registrato dieci anni fa. [Continua]


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