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ICEA - Istituto Certificazione Etica e Ambientale

  • Patti, sviluppo e “dinamiche periferiche”

    La situazione nella quale versa l’economia locale – nel quadro complessivo meridionale e nazionale – è diventata insostenibile e si è molto vicini al punto di rottura anche sotto il profilo della coesione sociale. E’ una verità che è ben chiara a tutti da mesi. Di fronte alla precarietà ed all’improvvisazione della cosiddetta “filiera” istituzionale è toccato ad imprese e sindacati fare emergere il segnale che questo territorio è ancora in grado di esprimere una visione reale dello stato delle cose in sintonia con quanto accade in altre parti del Paese che non accusano i ritardi così tristemente noti da queste parti. Il “patto” per “lo sviluppo economico ed occupazionale” siglato nei giorni scorsi da Confindustria Salerno e dalle segreterie provinciali di Cgil, Cisl, Uil ed Ugl è senza dubbio un passaggio importante - perché prevede varie azioni con l’obiettivo, sostanziale, di rendere più attrattivo il territorio in conseguenza di un clima imprenditorialmente e sindacalmente “friendly” - in un momento di totale deresponsabilizzazione della politica e delle istituzioni locali. E’, però, altrettanto importante sottolineare il contesto nel quale si inserisce. Il presidente del Censis Giuseppe De Rita in un suo intervento sul Corriere della Sera (12 settembre) chiarisce bene i termini della questione attualmente in ballo: il “tocca a voi” di Mario Monti che cosa significa realmente? E’ un modo per riavviare i processi di concertazione o, invece, per richiamare un po’ tutti a stare calmi in attesa di capire come va a finire la grande partita che l’Italia sta giocando sui tavoli europei per tentare di uscire dallo strangolamento dello spread quotidiano? De Rita tra la verticalizzazione delle decisioni e la concertazione decentrata (di cui è stato uno dei padri fondatori) preferisce la seconda ipotesi. “(…) Se si tiene conto - scrive - che l’Italia è tendenzialmente fatta di dinamiche periferiche, è evidente che i rapporti di concertazione vanno orientati verso la dimensione territoriale e locale (…)”. Si tratta, appunto, dello stesso modello che il presidente Maccauro ha efficacemente saputo perseguire insieme con un sindacato culturalmente lontano da modelli “rivendicazionisti”, sterili e improduttivi. Ma seguendo il ragionamento di De Rita ci si accorge che ora industriali e sindacati devono lavorare ad un altro obiettivo di non poco conto in uno scenario complessivo nel quale giganteggiano le differenze tra le varie Italie, ma anche tra i diversi modi di fare “rappresentanza” imprenditoriale e sindacale. “E’ pensabile che in connessione a ciò (alla valorizzazione delle dinamiche periferiche, ndr) – prevede, infatti, De Rita - cambierà anche il peso dei vari protagonisti del rapporto di concertazione”. Oltre alle rappresentanze dovranno assumere un ruolo attivo i “grandi assenti” – così li definisce il presidente del Censis – dai tavoli della concertazione”: gli apparati amministrativi periferici. Ecco, allora, che la sfida per Maccauro ed i sindacati si fa ancora più difficile: provare a fare interagire con il proprio progetto quanti finora non hanno affrontato – pur avendo parti primarie di responsabilità – il problema dell’uscita dalla crisi attraverso la costruzione di nuovi processi di crescita socio-economica. Non solo le Istituzioni locali - di cui si è persa traccia da tempo in questo cruciale ambito di riferimento - ma soprattutto, la fittissima rete di Enti competenti sotto il profilo burocratico, funzionale ed operativo, che va ad “impattare” con la reale capacità di competere di un territorio. Vanno bene - anzi benissimo - le contrattazioni e le relazioni industriali virtuose - che sono di fondamentale rilevanza – ma è chiaro che bisogna “calarle” in una strategia ed in una visione ancora più ampia ed articolata, assumendosi, nei limiti del possibile, anche l’onere di allargare – con altri accordi, altre intese, altre formule ben lontane, però, dalle “cabine di regia” di funesta memoria – la platea dei soggetti che lavorano all’attuazione del “patto” per lo sviluppo. Perché senza di loro non può decollare come, invece, meriterebbe il mondo del fare e del lavoro nel quale si rintracciano gli unici fermenti di linfa vitale che caratterizzano la comunità salernitana. ERNESTO PAPPALARDO direttore@salernoeconomy.it


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La laurea? Non basta
22/09/2017

thumbnail-small-1.jpgQuesto articolo è stato pubblicato sul quotidiano Il Mattino (edizione Salerno) venerdì 15 settembre 2017.

di P. Coccorese

ed E. Pappalardo

Se tre indizi fanno una prova, allora è il caso di convincersi una volta e per tutte che la provincia di Salerno di sicuro non è “adatta” ai laureati. Per la verità, non si tratta di una constatazione particolarmente nuova, ma mettere in fila numeri e percentuali che confermano una triste verità fa sempre un po’ impressione. Primo indizio: solo l’8 per cento dei laureati è previsto in entrata nel mercato del lavoro salernitano (fonte: Sistema Informativo Excelsior/Unioncamere/Ministero del Lavoro) nell’ultimo periodo monitorato (agosto-ottobre 2017) in relazione ai contratti che le imprese del settore privato – industria e servizi – hanno dichiarato di volere attivare.  [Continua]

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    Campania. La ripresa c’è, ma ancora lontani dalla pre-crisi
    07/07/2017

    Lo scenario.

    Lo stato di salute dell’economia campana nel 2016 ha mostrato segnali di miglioramento, ma non tali da allentare le preoccupazioni - nel breve e medio periodo – dal punto di vista reddituale ed occupazionale. Secondo diversi fonti analitiche la “ripresina” si è basata su una lieve espansione della domanda interna – che ha rilanciato in maniera disomogenea i consumi – e dell’export (prioritariamente incentrato sul segmento farmaceutico ed in seconda battuta sull’agroalimentare). Il dato che, comunque, fotografa la reale dimensione della situazione si sintetizza nel ritardo ancora ben consolidato del Pil rispetto al periodo pre-crisi (2007). Nel 2016 il prodotto interno lordo campano accusa ancora un -16% in relazione al Pil registrato dieci anni fa. [Continua]


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