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ICEA - Istituto Certificazione Etica e Ambientale

  • Sviluppo locale? “Poltronismo” diffuso

    E’ fin troppo chiaro che la “desertificazione” dei territori (copyright Giuseppe De Rita) sotto il profilo della capacità di incidere sui processi decisionali strutturali - saldamente concentrati, ormai, tra Regioni, Governo centrale e Ue – ha avuto una forte accelerazione attraverso le buone pratiche amministrative messe in campo dall’esecutivo guidato da Mario Monti. Non si tratta di una valutazione critica sotto il profilo politico, ma soltanto della constatazione dello stato di fatto. In altre parole, Comuni, Province – ed in buona parte le stesse Regioni – si sono trovati svuotati delle proprie competenze e stretti nella morsa dei “tagli” un tempo lineari, oggi – pare – selettivi. A cascata i corpi intermedi – quelli che conservano ancora una valenza positiva (organizzazioni sindacali, associazioni di categoria etc etc) – hanno preso maggiore consapevolezza della più o meno assoluta impotenza di incidere o di ottenere risposte concrete rispetto alle proprie istanze. Naturalmente, lo scenario attuale si configura come il prodotto di una serie di errori, disattenzioni, clientele, male-gestioni della cosa pubblica che gridano al cielo vendetta. Nel Mezzogiorno in particolare, poi, stiamo pagando il combinato micidiale della cattiva politica con l’imbarazzante carenza di spessore culturale e civico (ovviamente) della larghissima maggioranza della classe dirigente. Insomma, l’assalto alla diligenza dei fondi e delle poltrone pubbliche, l’occupazione sistematica di ogni posto disponibile – purché dotato di prebenda – ha inficiato qualsiasi tentativo di procedere all’elaborazione non di una strategia (troppa grazia), ma, almeno di un’ideuzza per sostenere ed accompagnare nella sfida della competitività il variegato arcipelago delle imprese. Prendiamo ad esempio il caso emblematico dell’interminabile dibattito sulla “necessità” di un chiaro disegno di “sviluppo locale”. Che cosa occorre per implementare, appunto, lo sviluppo locale? Naturalmente qualche organismo, qualche struttura che risponda a tale domanda che “sale dal basso”. Ed ecco che nascono come funghi le “Agenzie di Sviluppo Locale”. Ma che cos’è esattamente un’Agenzia di Sviluppo Locale? Ecco la definizione che si rintraccia sul sito web della Regione Campania: “Struttura che promuove lo sviluppo locale attraverso interventi diversi (di animazione, di erogazione di servizi, di marketing territoriale, di networking, ecc.) nei campi dello sviluppo imprenditoriale, della crescita occupazionale, della valorizzazione delle risorse ambientali e culturali, ecc. Ad esempio, vengono considerate Agenzie di Sviluppo Locale le Società di gestione dei Patti Territoriali, i Gruppi di Azione Locale dei Programmi “Leader”, i Consorzi intercomunali per lo sviluppo integrato e la riqualificazione urbana e ambientale, i Consorzi misti pubblico-privato o le associazioni e le organizzazioni senza fine di lucro, impegnate nella valorizzazione dei beni artistici, culturali e ambientali, ecc..”. Tutto a posto. Abbiamo bisogno dello sviluppo locale? Più “Agenzie” ci sono, più “produrremo” crescita, occupazione, benessere per le nostre comunità. I risultati di tale concezione del “poltronismo” di brevissimo respiro (sempre legato a doppio filo al succedersi delle campagne elettorali) sono sotto gli occhi di noi tutti. Eppure, la teoria dello sviluppo locale - al di là delle divagazioni in chiave concertativa spesso sfociate in consociativismi di vecchia data) - resta centrale per cucire addosso ad ogni territorio l’abito più adatto alla sua identità economica e produttiva. Basterebbe mettere da parte la bulimia politico-partitica e “fare sintesi”, concentrando risorse, progetti, intelligenze e competenze. Recuperando il senso di responsabilità e ragionando per “salti di scala”: non più tanti piccoli orticelli recintati dalle siepi della clientela, ma fondati ed argomentati progetti basati su serie e lungimiranti politiche industriali. Agroindustria, turismo, manifatturiero innovativo e di qualità, servizi competitivi e, soprattutto, “reti” e filiere in grado di fare lievitare la massa critica per impattare meglio la partita decisiva sui mercati interni ed esteri. Niente di veramente sconvolgente: persone e progetti giusti nei posti giusti. Anche sacrificando poltrone e dicendo “no” alla politica. Se non ora, quando? ERNESTO PAPPALARDO direttore@salernoeconomy.it


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La laurea? Non basta
22/09/2017

thumbnail-small-1.jpgQuesto articolo è stato pubblicato sul quotidiano Il Mattino (edizione Salerno) venerdì 15 settembre 2017.

di P. Coccorese

ed E. Pappalardo

Se tre indizi fanno una prova, allora è il caso di convincersi una volta e per tutte che la provincia di Salerno di sicuro non è “adatta” ai laureati. Per la verità, non si tratta di una constatazione particolarmente nuova, ma mettere in fila numeri e percentuali che confermano una triste verità fa sempre un po’ impressione. Primo indizio: solo l’8 per cento dei laureati è previsto in entrata nel mercato del lavoro salernitano (fonte: Sistema Informativo Excelsior/Unioncamere/Ministero del Lavoro) nell’ultimo periodo monitorato (agosto-ottobre 2017) in relazione ai contratti che le imprese del settore privato – industria e servizi – hanno dichiarato di volere attivare.  [Continua]

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    Campania. La ripresa c’è, ma ancora lontani dalla pre-crisi
    07/07/2017

    Lo scenario.

    Lo stato di salute dell’economia campana nel 2016 ha mostrato segnali di miglioramento, ma non tali da allentare le preoccupazioni - nel breve e medio periodo – dal punto di vista reddituale ed occupazionale. Secondo diversi fonti analitiche la “ripresina” si è basata su una lieve espansione della domanda interna – che ha rilanciato in maniera disomogenea i consumi – e dell’export (prioritariamente incentrato sul segmento farmaceutico ed in seconda battuta sull’agroalimentare). Il dato che, comunque, fotografa la reale dimensione della situazione si sintetizza nel ritardo ancora ben consolidato del Pil rispetto al periodo pre-crisi (2007). Nel 2016 il prodotto interno lordo campano accusa ancora un -16% in relazione al Pil registrato dieci anni fa. [Continua]


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