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ICEA - Istituto Certificazione Etica e Ambientale

  • La cronica difficoltà di accesso all’occupazione ha prodotto negli ultimi anni una forte crescita del numero di persone in gravi difficoltà.Povertà emergenza assoluta Nel 2015 10 meridionali su 100 risultano in condizioni di indigenza contro poco più di 6 nel Centro-Nord. Al Sud il 60% degli individui in famiglie giovani è a rischio (Svimez).

    Tra le “eredità” della gravissima recessione degli anni scorsi, se ne ritrova una che ha, ormai, assunto il carattere dell’urgenza primaria non solo a livello nazionale, ma soprattutto nell’ambito delle regioni meridionali: la povertà. Il termine per lunghi anni è apparso un “residuo” degli anni post/bellici ed è stato ampiamente relegato tra le parole da non pronunciare in un Paese inserito tra le più grandi potenze mondiali. Ma l’evidenza dei numeri (Istat) - come sempre - sostanzia l’esatto contrario. Nel 2006 - prima, quindi, degli anni della crisi - le famiglie in “povertà assoluta” (cioè non in condizione di acquistare beni e servizi indispensabili ed adeguati ad uno standard di vita in linea con quella della comunità di appartenenza) erano 789 mila (3,5%). Nel 2015 sono diventate 1.582.000 (il 6,1% del totale). Se si considerano, invece, le singole persone – sempre in povertà assoluta – si è passati da 1 milione e 660 mila (2,9%) a 4 milioni e 598 mila (7,6%). Ma la platea si amplia di molto se parliamo di “povertà relativa” (famiglie composte da due persone con consumi al di sotto di quelli considerati mediamente pro capite). In questo caso abbiamo di fronte qualcosa come 8,3 milioni di persone (erano 6 milioni nel 2006). Come accade in un Paese “duale” strutturalmente, questo quadro si aggrava di molto quando ci avviciniamo ai territori del Sud. I dati della Svimez sono drammaticamente chiari. “Nel 2015 - è scritto nell’ultimo Rapporto - 10 meridionali su 100 risultano in condizioni di povertà assoluta, contro poco più di 6 nel Centro-Nord. Il rischio di cadere in povertà è triplo al Sud rispetto al resto del Paese, nelle due regioni più grandi, Sicilia e Campania, sfiora il 40%”. “Con la crisi - spiega sempre la Svimez - al Sud il 60% degli individui in famiglie giovani è a rischio povertà”. E’ evidente che per fronteggiare questa situazione occorre procedere in tempi strettissimi con strumenti adeguati alla gravità e all’entità del problema. “Non è più rinviabile - secondo la Svimez - una misura organica e universale di contrasto della povertà. Soprattutto alla luce della comparsa dei nuovi poveri, lavoratori anche diplomati o laureati che con la crisi hanno subito un netto peggioramento della condizione economica (perdita di lavoro, riduzione di orario e salariale, perdita del potere d’acquisto connessa alla precarietà)”. Per la Svimez “l’adozione di un Piano Nazionale per la Lotta alla Povertà e all’Esclusione, con l’istituzione di un Fondo, è solo un primo passo”. Ma pesa come un macigno il problema delle risorse disponibili. Allo stato attuale l’ipotesi relativa al cosiddetto “reddito d’inclusione” - su base nazionale - prevede l’accompagnamento dell’erogazione dell’assegno con servizi finalizzati all’inserimento sociale e lavorativo prendendo in considerazione i requisiti Isee (l'indicatore utilizzato per valutare e confrontare la situazione economica dei nuclei familiari che intendono richiedere una prestazione sociale) e la presenza di minori all’interno della famiglia. A partire dal 2017 sono state appostate nel bilancio dello Stato risorse per un miliardo l’anno, al quale sono stati aggiunti – sempre per il 2017 – altri 150 milioni, mentre 500 milioni in più sono stati allocati negli strumenti finanziari relativi al 2018. Con la dotazione attualmente disponibile potrebbero essere raggiunte – secondo stime del Ministero del Lavoro – 250 mila famiglie e circa 1 milione di persone con un assegno medio pari a 320 euro (a famiglia). In base a calcoli effettuati da “Alleanza contro la povertà” (35 organizzazioni e soggetti sociali che hanno deciso di unirsi per contribuire alla costruzione di adeguate politiche pubbliche contro la povertà assoluta) per sostenere tutte le persone in stato di povertà assoluta, a regime occorrono circa 7 miliardi di euro. Mancano, quindi, all’appello altri 6 miliardi.
    Ora, però, tra le varie “conseguenze” del voto referendario del 4 dicembre, entra di diritto nell’agenda a breve della politica governativa questo tema centrale: il timore di ricevere presto un’altra sonora bocciatura popolare nelle urne, evidentemente, ha avuto l’effetto di accelerare la “riflessione” su come affrontare concretamente quella che resta l’emergenza primaria soprattutto nel Mezzogiorno (area nella quale il “no” ha trionfato largamente).
    Ernesto Pappalardo
    direttore@salernoeconomy.it
    @PappalardoE


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La laurea? Non basta
22/09/2017

thumbnail-small-1.jpgQuesto articolo è stato pubblicato sul quotidiano Il Mattino (edizione Salerno) venerdì 15 settembre 2017.

di P. Coccorese

ed E. Pappalardo

Se tre indizi fanno una prova, allora è il caso di convincersi una volta e per tutte che la provincia di Salerno di sicuro non è “adatta” ai laureati. Per la verità, non si tratta di una constatazione particolarmente nuova, ma mettere in fila numeri e percentuali che confermano una triste verità fa sempre un po’ impressione. Primo indizio: solo l’8 per cento dei laureati è previsto in entrata nel mercato del lavoro salernitano (fonte: Sistema Informativo Excelsior/Unioncamere/Ministero del Lavoro) nell’ultimo periodo monitorato (agosto-ottobre 2017) in relazione ai contratti che le imprese del settore privato – industria e servizi – hanno dichiarato di volere attivare.  [Continua]

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    Campania. La ripresa c’è, ma ancora lontani dalla pre-crisi
    07/07/2017

    Lo scenario.

    Lo stato di salute dell’economia campana nel 2016 ha mostrato segnali di miglioramento, ma non tali da allentare le preoccupazioni - nel breve e medio periodo – dal punto di vista reddituale ed occupazionale. Secondo diversi fonti analitiche la “ripresina” si è basata su una lieve espansione della domanda interna – che ha rilanciato in maniera disomogenea i consumi – e dell’export (prioritariamente incentrato sul segmento farmaceutico ed in seconda battuta sull’agroalimentare). Il dato che, comunque, fotografa la reale dimensione della situazione si sintetizza nel ritardo ancora ben consolidato del Pil rispetto al periodo pre-crisi (2007). Nel 2016 il prodotto interno lordo campano accusa ancora un -16% in relazione al Pil registrato dieci anni fa. [Continua]


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