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ICEA - Istituto Certificazione Etica e Ambientale

  • La centralità dell’alimentazione nell’ambito dei nuovi stili di vita è, ormai, un elemento predominante nelle dinamiche della spesa delle famiglie. La sfida dei territori “green”  Si delinea un cambiamento di profondità, un nuovo approccio culturale al cibo in grado di offrire prospettive ed opportunità di crescita economica “complesse”, che determinano l’urgenza di legare tra di loro vari ambiti di produzione e di servizi. 

    La centralità dell’alimentazione nell’ambito dei nuovi stili di vita è, ormai, un elemento predominante nelle dinamiche della spesa delle famiglie. Naturalmente, l’incidenza del reddito riveste senza dubbio molta importanza nella determinazione dei budget, ma appare chiaro che anche quando non ci sono le migliori condizioni per privilegiare l’acquisto di cibo di elevata qualità, si tende in primo luogo a ridurre i volumi, pur di entrare in contatto con il “meglio” presente sugli scaffali. D’altro canto i numeri (fonte Nomisma) del “bio” (vedi altro servizio in questa newsletter di venerdì 16 settembre 2016) in costante e dirompente crescita in Italia - ma anche all’estero - parlano chiaro. Sono positivi tutti gli indicatori: superfici coltivate (+7,5% rispetto al 2014); operatori (+8,2% rispetto al 2014); vendite (+15% rispetto al 2014).
    E’ evidente, quindi, che siamo di fronte ad un cambiamento di profondità; ad un approccio culturale al cibo che determina nuove prospettive ed opportunità di crescita economica. Ma in questo particolare caso si tratta di prospettive ed opportunità “complesse”, nel senso che delineano l’urgenza di legare tra di loro vari ambiti di produzione e di servizi che hanno un punto in comune: la rielaborazione del concetto di territorio come vero e proprio “laboratorio” di sviluppo sostenibile. Perché il metodo di coltivazione biologica richiede grande attenzione agli equilibri naturali e perché si inserisce in un percorso di tutela ambientale che si trasforma in fattore di attrattività aggregando insieme al primario il settore, appunto, turistico. Si generano in questo modo (o meglio: si potrebbero generare) grandi spazi per realizzare filiere innovative: agricoltura, trasformazione delle produzioni, varie tipologie di turismi. Sulla base, però, del principio invalicabile della tutela e del recupero del paesaggio; della messa in sicurezza idrogeologica e sismica di vaste aree geografiche. Insomma, il mutamento degli stili di vita – così fortemente legato al  ritorno ad un rapporto meno conflittuale con la natura – si presenta come occasione irripetibile per costruire una nuova visione del rilancio delle economie del Mezzogiorno.
    E ci sono molti altri segnali che avallano questa impostazione. La riscoperta dell’imprenditorialità agricola da parte degli “under 35” –  per esempio – consolida il convincimento che la “terra” non è più sinonimo di lavoro “povero”, ma di nuova frontiera per vincere la sfida della realizzazione dei “talenti” di una generazione che si è trovata di fronte barriere invalicabili per entrare nel circuito occupazionale. Ed ha, quindi, scelto, di rimanere al Sud per combattere e vincere una “battaglia” ardua, resa ancora più difficile dalle intermediazioni della politica sempre pronta ad infilarsi in ogni spazio di “gestione” di risorse: il finanziamento automatico delle progettualità innovative resta lo strumento migliore per favorire il merito e non la clientela.
    E, allora, mettendo insieme i vari “pezzi” del mutamento in atto, è possibile riaprire gli orizzonti, invitando tutti i soggetti – pubblici e privati – a tessere la “rete” (anche in termini di contrattualità vantaggiosa attualmente già disponibile) di nuove alleanze di territorio con un unico standard di riferimento: il grado di attrattività in base alla qualità diffusa che si è in grado di esprimere. Qualità della vita (non solo per i turisti, ma anche, ovviamente, per i residenti) che si traduce in fondamentale attenzione all’efficienza del ciclo dei rifiuti e delle acque o al monitoraggio dell’impatto ambientale delle attività produttive; manutenzione e recupero dei giacimenti culturali, artistici e paesaggistici; valorizzazione dei patrimoni enogastronomici; compatibilità delle coltivazioni e molto altro ancora.
    Non è una partita semplice da giocare. Al contrario: è tra le più insidiose perchè si scontra con una serie di rendite di posizione incrostate da decenni nel tessuto socio/economico e politico delle nostre regioni meridionali. Ma a pensarci bene, è anche l’unica “battaglia” che può convintamente partire dal basso. Anzi, sono in tantissimi che già si sono mobilitati. A cominciare proprio da quell’esercito di “under 35” che ci hanno messo la faccia e hanno scelto di rimanere al Sud investendo nell’agricoltura intelligente, innovativa, l’unica capace di vincere sui mercati più esigenti del Centro e del Nord Europa. Non è un caso – per esempio – che la Piana del Sele sia, ormai, un esempio globale di sperimentazione (quarta, quinta gamma) nel segno della più genuina e salutare qualità.
    ERNESTO PAPPALARDO
    direttore@salernoeconomy.it
    @PappalardoE


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La laurea? Non basta
22/09/2017

thumbnail-small-1.jpgQuesto articolo è stato pubblicato sul quotidiano Il Mattino (edizione Salerno) venerdì 15 settembre 2017.

di P. Coccorese

ed E. Pappalardo

Se tre indizi fanno una prova, allora è il caso di convincersi una volta e per tutte che la provincia di Salerno di sicuro non è “adatta” ai laureati. Per la verità, non si tratta di una constatazione particolarmente nuova, ma mettere in fila numeri e percentuali che confermano una triste verità fa sempre un po’ impressione. Primo indizio: solo l’8 per cento dei laureati è previsto in entrata nel mercato del lavoro salernitano (fonte: Sistema Informativo Excelsior/Unioncamere/Ministero del Lavoro) nell’ultimo periodo monitorato (agosto-ottobre 2017) in relazione ai contratti che le imprese del settore privato – industria e servizi – hanno dichiarato di volere attivare.  [Continua]

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    Campania. La ripresa c’è, ma ancora lontani dalla pre-crisi
    07/07/2017

    Lo scenario.

    Lo stato di salute dell’economia campana nel 2016 ha mostrato segnali di miglioramento, ma non tali da allentare le preoccupazioni - nel breve e medio periodo – dal punto di vista reddituale ed occupazionale. Secondo diversi fonti analitiche la “ripresina” si è basata su una lieve espansione della domanda interna – che ha rilanciato in maniera disomogenea i consumi – e dell’export (prioritariamente incentrato sul segmento farmaceutico ed in seconda battuta sull’agroalimentare). Il dato che, comunque, fotografa la reale dimensione della situazione si sintetizza nel ritardo ancora ben consolidato del Pil rispetto al periodo pre-crisi (2007). Nel 2016 il prodotto interno lordo campano accusa ancora un -16% in relazione al Pil registrato dieci anni fa. [Continua]


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