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ICEA - Istituto Certificazione Etica e Ambientale

  • La riflessione di Aldo Bonomi riporta al centro delle dinamiche di crescita le potenzialità delle aree vaste.Il vero “tesoro”? Il territorio Indebolito l’anello di coordinamento delle Province, resta in piedi l’esigenza di “ragionare” in termini di visione larga, superando il neo/municipalismo legato all’elezione diretta dei sindaci.

    Nel modello di amministrazione del territorio è venuto quasi del tutto a mancare – grazie ad una riforma che di fatto ha soltanto ulteriormente confuso le competenze – l’anello di raccordo tra dimensione municipale ed ambito regionale: l’Ente Provincia. Al di la della strumentalità politica del provvedimento - in perfetta sintonia con le scelte demagogica di un decisionismo incompetente e distante dalle reali esigenze delle comunità - le conseguenze di questa tipologia di approccio alle politiche di sviluppo locale si stanno rivelando ancora più devastanti rispetto alle previsioni.
    Se da un lato le Regioni – ed anche la Regione Campania – appaiono concentrate sull’individuazione e sulla realizzazione di politiche di crescita socio/economica che potremmo definire di carattere “macro” (con un bilancio al Sud del tutto deficitario), i Comuni (compresi quelli medi e grandi) continuano a soffrire di una sindrome neomunicipalistica inadeguata per favorire anche un minimo di condivisione di quelle problematiche “micro” che si rivelano particolarmente impattanti sulla qualità della vita in ampie porzioni di territorio provinciale. Insomma: strade, scuole, ambiente, aree attrezzate per le imprese si ritrovano in una specie di terra di nessuno. Asset certamente prioritari, ma troppo lontani dalla Regione e troppo vicini ai singoli Comuni che solo raramente riescono a superare una visione angustamente municipalistica, governati da una politica “annebbiata” dalla ricerca del consenso immediato e non di medio e lungo periodo come esige l’impostazione di un serio programma di sviluppo.
    Prendiamo per esempio la questione fondamentale delle iniziative in grado di favorire l’attrazione degli investimenti. E’ plausibile che senza un programma in area vasta sia possibile mettere in piedi un’”offerta territoriale” capace di esercitare un appeal concreto sui capitali che, pure, circolano anche in Italia alla ricerca di buone e remunerative occasioni? E’ mai comprensibile la logica alla base della “competizione” tra “aree produttive” a pochi chilometri l’una dall’altra? Si può. Insomma, continuare ad assistere alla corsa a costruire più “filiere” politiche che istituzionali?
    E, allora, la Provincia, sebbene “superata” dalla revisione costituzionale, resta in piedi come luogo amministrativo aggregante, ancora indispensabile per allargare lo sguardo, per mettere seduti intorno ad un tavolo (istituzionale) i Comuni che gravitano territorialmente in ambiti contigui chiamati a farsi una ragione della necessità di ragionare in termini di “cluster”, di sub/sistemi economici e produttivi “affini” se non altro per confini geografici.
    Solo in considerazione di un’organizzazione a rete ben strutturata dal basso diventa meno astratta la creazione di una piattaforma economico e produttiva di livello regionale sulla quale riversare i benefici effetti di una politica industriale non settoriale, ma trasversale ai singoli comparti ed orientata all’incentivazione di precise priorità: salto dimensionale delle imprese; innovazione tecnologica; propensione all’export; potenziamento dei requisiti patrimoniali, eccetera eccetera.
    Insomma, in anni di crisi profonda più o meno alle spalle, l’unica strada – come ha ricordato di recente sul Sole 24 Ore Aldo Bonomi – si impone il buon senso che dice di ritornare al territorio inteso come vero e proprio capitale da tutelare e promuovere attraverso il recupero della cultura dei luoghi nella sua valenza più estesa. Vocazioni produttive certamente, ma anche sollecitazione alla “costruzione” di un patrimonio di relazioni virtuose tra i vari soggetti che concorrono a determinare le dinamiche sostanziali di crescita diffusa.
    E, invece, ci fermiamo alle “trincee” dei Comuni – piccoli, medi o grandi che siano – super/impegnati in sterili prove muscolari a difesa delle rendite politiche. Una miopia che fino ad oggi ha prodotto soltanto ulteriori ritardi, contribuendo ad allargare la forbice che ci divide dal Centro/Nord e dall’Europa.
    ERNESTO PAPPALARDO
    direttore@salernoeconomy.it
    @PappalardoE


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La laurea? Non basta
22/09/2017

thumbnail-small-1.jpgQuesto articolo è stato pubblicato sul quotidiano Il Mattino (edizione Salerno) venerdì 15 settembre 2017.

di P. Coccorese

ed E. Pappalardo

Se tre indizi fanno una prova, allora è il caso di convincersi una volta e per tutte che la provincia di Salerno di sicuro non è “adatta” ai laureati. Per la verità, non si tratta di una constatazione particolarmente nuova, ma mettere in fila numeri e percentuali che confermano una triste verità fa sempre un po’ impressione. Primo indizio: solo l’8 per cento dei laureati è previsto in entrata nel mercato del lavoro salernitano (fonte: Sistema Informativo Excelsior/Unioncamere/Ministero del Lavoro) nell’ultimo periodo monitorato (agosto-ottobre 2017) in relazione ai contratti che le imprese del settore privato – industria e servizi – hanno dichiarato di volere attivare.  [Continua]

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    Campania. La ripresa c’è, ma ancora lontani dalla pre-crisi
    07/07/2017

    Lo scenario.

    Lo stato di salute dell’economia campana nel 2016 ha mostrato segnali di miglioramento, ma non tali da allentare le preoccupazioni - nel breve e medio periodo – dal punto di vista reddituale ed occupazionale. Secondo diversi fonti analitiche la “ripresina” si è basata su una lieve espansione della domanda interna – che ha rilanciato in maniera disomogenea i consumi – e dell’export (prioritariamente incentrato sul segmento farmaceutico ed in seconda battuta sull’agroalimentare). Il dato che, comunque, fotografa la reale dimensione della situazione si sintetizza nel ritardo ancora ben consolidato del Pil rispetto al periodo pre-crisi (2007). Nel 2016 il prodotto interno lordo campano accusa ancora un -16% in relazione al Pil registrato dieci anni fa. [Continua]


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