Glocal di Ernesto Pappalardo
Resta il solito “dilemma”: autentica spinta all’operatività in forma autonoma o uscita di emergenza dalle sacche dell’inattività?“Vocazioni” (auto) imprenditoriali
Nel Mezzogiorno ed in Campania si rintracciano trend molto positivi nell’ambito della nati/mortalità di nuove iniziative aziendali. Segnale indubbiamente importante, ma, forse, da solo non basta.
Il tasso di crescita delle imprese registrato periodicamente dal sistema camerale pone Salerno (nel terzo trimestre di quest’anno) all’undicesimo posto nella graduatoria delle province italiane (vedi altro servizio all’interno della newsletter di salernoeconomy di questa settimana). La prima area territoriale in questa speciale “classifica” è quella di Napoli e la Campania è la regione del Mezzogiorno con il saldo attivo più consistente. Insomma, tutti segnali molto importanti che stanno, in ogni caso, a rimarcare che il dinamismo imprenditoriale di certo non manca in un momento alquanto complesso per il sistema economico e produttivo meridionale.
Il problema di fondo, però, è inquadrare bene l’articolazione del fenomeno: dove finisce la spinta effettiva della volontà di entrare in forma autonoma e propulsiva sul mercato della competitività tra aziende e dove inizia, invece, la risposta alla necessità di “bucare” il recinto dell’occupazione vera che resta la maggior parte delle volte ben chiuso non solo di fronte ai giovani, ma anche a tante nuove tipologie di “senza-lavoro”. E’molto labile il confine tra i facili entusiasmi neo/imprenditoriali e la consapevolezza che la scelta dell’auto/impiego diventa per molti versi obbligata in considerazione degli indicatori (al di la delle micro percentuali migliorative o peggiorative) che continuano a caratterizzare il Sud ed in particolare la Campania. Non è un caso se proprio nella nostra regione il tasso di incidenza delle imprese registrate per numero di residenti under 35 è molto alto. Non è un caso se i settori ai quali fanno riferimento le nuove aziende non si caratterizzano per sbarramenti molto difficili da bypassare in ingresso. “Gli incrementi maggiori in termini assoluti - ha spiegato Unioncamere in riferimento all’ambito nazionale - sono quelli del commercio (+6.349 imprese), delle attività dei servizi di alloggio e ristorazione (+4.319), noleggio, agenzie di viaggio e servizi di supporto alle imprese (+2.322)”.
Che cosa significa? Molto probabilmente siamo di fronte a forme di auto/collocamento anche coraggiose che, però, si scontrano fin da subito con alcune criticità di base: la mancanza di una visione adeguata dello scenario complessivo nel quale si colloca la propria micro/impresa e la scarsa conoscenza delle pratiche gestionali necessarie a superare prima di tutto la fase di start up della nuova attività. E’ per queste serie motivazioni che molto spesso l’esperimento imprenditoriale è ad alto rischio: non possono bastare i (pochi) soldi messi a disposizione dai genitori o dai nonni e l’entusiasmo iniziale per “navigare” in segmenti di mercato molto ampi, dove la concorrenza sul prezzo finale offerto alla clientela è sempre più agguerrita.
Ma è anche vero che le iniziative per supportare e sostenere il coraggio di tanti giovani e meno giovani imprenditori di se stessi non sono sempre efficaci. Quanti decidono di mettersi in campo da soli si ritrovano alle prese con il problema dell’accesso al credito e con la necessità di elaborare un piano di sviluppo dell’idea di business ben strutturato. Va detto che molti istituti di credito si dichiarano disponibili a porsi in maniera “consulenziale” rispetto a questo target di potenziale clientela. Ma a giudicare dalle perfomance delle neo/imprese, c’è senza dubbio qualcosa che non sempre gira per il verso giusto. Le percentuali di “sopravvivenza” di quelle che sono in maniera rilevante semplici partite Iva o ditte individuali non aiutano ad essere ottimisti.
E, allora, molto probabilmente potrebbe essere opportuno partire dalla diffusione di un approccio culturale più problematico alle nuove iniziative imprenditoriali, privilegiando l’originalità dell’intuizione e puntando maggiormente sull’assistenza del pubblico (più che del privato quasi sempre “interessato”) alle crescenti fasce di neo/auto/imprenditori. Forse, già nel circuito scolastico – prim’ancora che universitario – risulterebbe utile diffondere maggiormente i principi di base di un sano e corretto impatto con le difficoltà che impone l’attivazione di una nuova iniziativa in forma autonoma. Non per spegnere gli entusiasmi. Ma per avviare con responsabilità - e con un minore rischio di perdere il capitale in poco tempo – tante giovani (e meno giovani) risorse che giustamente non intendono restare alla finestra nel poco dinamico contesto occupazionale meridionale e campano.
ERNESTO PAPPALARDO
direttore@salernoeconomy.it
Glocal di Ernesto Pappalardo
La laurea? Non basta
22/09/2017
Questo articolo è stato pubblicato sul quotidiano Il Mattino (edizione Salerno) venerdì 15 settembre 2017.
di P. Coccorese
ed E. Pappalardo
Se tre indizi fanno una prova, allora è il caso di convincersi una volta e per tutte che la provincia di Salerno di sicuro non è “adatta” ai laureati. Per la verità, non si tratta di una constatazione particolarmente nuova, ma mettere in fila numeri e percentuali che confermano una triste verità fa sempre un po’ impressione. Primo indizio: solo l’8 per cento dei laureati è previsto in entrata nel mercato del lavoro salernitano (fonte: Sistema Informativo Excelsior/Unioncamere/Ministero del Lavoro) nell’ultimo periodo monitorato (agosto-ottobre 2017) in relazione ai contratti che le imprese del settore privato – industria e servizi – hanno dichiarato di volere attivare. [Continua]
Campania. La ripresa c’è, ma ancora lontani dalla pre-crisi
07/07/2017
Lo scenario.
Lo stato di salute dell’economia campana nel 2016 ha mostrato segnali di miglioramento, ma non tali da allentare le preoccupazioni - nel breve e medio periodo – dal punto di vista reddituale ed occupazionale. Secondo diversi fonti analitiche la “ripresina” si è basata su una lieve espansione della domanda interna – che ha rilanciato in maniera disomogenea i consumi – e dell’export (prioritariamente incentrato sul segmento farmaceutico ed in seconda battuta sull’agroalimentare). Il dato che, comunque, fotografa la reale dimensione della situazione si sintetizza nel ritardo ancora ben consolidato del Pil rispetto al periodo pre-crisi (2007). Nel 2016 il prodotto interno lordo campano accusa ancora un -16% in relazione al Pil registrato dieci anni fa. [Continua]
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