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ICEA - Istituto Certificazione Etica e Ambientale

  • Il documento presentato dal Censis nei giorni scorsi descrive i percorsi possibili per fare ripartire l’economia del Mezzogiorno.Il Sud oltre i “cacicchi”  "Expo 2015 è stata l’occasione per capire che oggi lo sviluppo locale sul piano economico ha nuove opportunità di saldare le reti corte locali e le reti lunghe globali, aprendo all’azione degli operatori di territorio mercati in passato impraticabili". 

    Ma è davvero finita la stagione dello sviluppo locale? La domanda è ancora centrale per provare ad individuare le risposte da cui ripartire con l’obiettivo di avviare una nuova stagione di rilancio strutturale dell’economia meridionale. Il documento (“Il futuro dei territori. Idee per un nuovo manifesto per lo sviluppo locale”) presentato dal Censis nei giorni scorsi a Milano – nell’ambito di "Expo 2015" – rappresenta un riferimento importante, considerando l’autorevolezza degli autori, per tentare di comprendere lo scenario attuale e, nello stesso tempo, le potenziali opportunità che il tessuto economico e sociale ha a disposizione in un contesto così difficile come quello che si è delineato nelle regioni del Sud e, quindi, anche in Campania.
    Quali sono le condizioni attuali? Il Censis individua alcune criticità di fondo che, poi, si riflettono drammaticamente sulle dinamiche di sviluppo soprattutto nel Mezzogiorno. La prima si commenta da sola. “(…) Una torsione del localismo politico verso una dimensione da piccoli cacicchi, tutti presi dalla gestione del potere locale e dalla ridistribuzione di risorse esterne, a volte ingenti, da giocare sui territori”. Ma se ne rintracciano anche altre di non secondaria valenza: “Una pericolosa mancanza di idee, visioni, progetti che non siano tarati sulla disponibilità di fondi, quasi sempre europei, che finiscono per generare una imprenditoria che vola basso; una caduta progressiva degli investimenti infrastrutturali con relativa deprivazione nel lungo periodo dei territori; una concentrazione delle derive patologiche richiamate soprattutto nei territori delle regioni meridionali, tanto da poter parlare di una secessione di fatto”. Se si parte da questa situazione ne consegue che “le modalità più tradizionali di fare sviluppo locale mostrano la corda con una difficoltà oggettiva a dispiegare una dinamica spontanea e auto-propulsiva dal basso che, anche attraverso processi intenzionali di animazione, lieviti verso l’alto”.
    Che cosa fare? Per il Censis “la realtà oggi offre comunque alcune indicazioni preziose a partire da esperienze locali:  il caso più emblematico è quello relativo ai territori che hanno praticato le opportunità legate alla filiera del cibo, dalla produzione alla distribuzione al consumo, che si è mostrata il perno di processi di rilancio auto-propulsivo di territori, spesso in difficoltà”.  E proprio “Expo 2015” ha consentito di comprendere meglio quali sono le opportunità da cogliere. La più importante? “(...)  saldare le reti corte locali e le reti lunghe globali, aprendo all’azione degli operatori di territorio mercati in passato impraticabili. In questo senso, esiste una molteplicità di esperienze locali che, a partire dal prodotto tipico e da una diversa visione dell’impresa agricola, hanno poi attivato una filiera di attività che dall’enogastronomia alle tante forme di turismo hanno saputo creare occupazione e reddito, praticando percorsi di nuova crescita di grande interesse”.
    Ma non si tratta di percorsi semplici perché “restano tutte le criticità legate alla torsione patologica del localismo politico che intermedia risorse che, allo stato attuale, sono pericolosamente orientate ad alimentare percorsi imprenditoriali lontani dalle nuove e positive esperienze di sviluppo locale”.
    E quel che è ancora peggio è che “(…) siamo di fronte ad una degenerazione che produce nuove figure di intermediazione politica locale che utilizzano le risorse per costruire consenso elettorale da spendere per se stessi. E soprattutto nel meridione il localismo non funziona ed è perdente poiché risulta meramente funzionale alla riproduzione di un segmento di cacicchi locali con visioni ristrette, orientate alla riproduzione del micropotere, non allo sviluppo”. 
    Insomma, è abbastanza per non fare salti di gioia e per non rincorrere facili entusiasmi in ripartenze che sembrano più funzionali alle narrazioni politiche che ai reali bisogni delle nostre comunità.
    ERNESTO PAPPALARDO
    direttore@salernoeconomy.it


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La laurea? Non basta
22/09/2017

thumbnail-small-1.jpgQuesto articolo è stato pubblicato sul quotidiano Il Mattino (edizione Salerno) venerdì 15 settembre 2017.

di P. Coccorese

ed E. Pappalardo

Se tre indizi fanno una prova, allora è il caso di convincersi una volta e per tutte che la provincia di Salerno di sicuro non è “adatta” ai laureati. Per la verità, non si tratta di una constatazione particolarmente nuova, ma mettere in fila numeri e percentuali che confermano una triste verità fa sempre un po’ impressione. Primo indizio: solo l’8 per cento dei laureati è previsto in entrata nel mercato del lavoro salernitano (fonte: Sistema Informativo Excelsior/Unioncamere/Ministero del Lavoro) nell’ultimo periodo monitorato (agosto-ottobre 2017) in relazione ai contratti che le imprese del settore privato – industria e servizi – hanno dichiarato di volere attivare.  [Continua]

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    Campania. La ripresa c’è, ma ancora lontani dalla pre-crisi
    07/07/2017

    Lo scenario.

    Lo stato di salute dell’economia campana nel 2016 ha mostrato segnali di miglioramento, ma non tali da allentare le preoccupazioni - nel breve e medio periodo – dal punto di vista reddituale ed occupazionale. Secondo diversi fonti analitiche la “ripresina” si è basata su una lieve espansione della domanda interna – che ha rilanciato in maniera disomogenea i consumi – e dell’export (prioritariamente incentrato sul segmento farmaceutico ed in seconda battuta sull’agroalimentare). Il dato che, comunque, fotografa la reale dimensione della situazione si sintetizza nel ritardo ancora ben consolidato del Pil rispetto al periodo pre-crisi (2007). Nel 2016 il prodotto interno lordo campano accusa ancora un -16% in relazione al Pil registrato dieci anni fa. [Continua]


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