Il vero “paradosso” delle Province è che – essendo sopravvissute a se stesse – ora potrebbero diventare anche un interessante caso di studio sotto il profilo delle politiche di sviluppo del territorio. Certamente la prima ondata mediatica non poteva non infrangersi sulla “speculazione” interpretativa del dato partitico: chi ha vinto, chi ha perso, quali leadership si consolidano e quali si indeboliscono. E questo è materia dei soliti politologi/dietrologi che tutto spiegano e comprendono. L’aspetto sopra richiamato, invece, costituirebbe una novità abbastanza positiva, se si ponesse seriamente l’accento sul concetto di “governo in area vasta”. Al di la delle competenze specifiche delle attuali Province (peraltro tutte ancora da definire nella categoria di quelle individuate come “non fondamentali”), sul tappeto rientra dalla finestra un problema di sostanziale importanza: la visione condivisa e strategica dello sviluppo dal basso. Per il solo buon motivo che nella geografia istituzionale persiste – a dispetto degli annunci e della narrazione mediatica dominante – un ente intermedio tra Comuni e Regione, è del tutto evidente che esso diventa (o meglio: potrebbe/dovrebbe diventare) la sede “naturale” del “ragionamento” capace di allungare lo sguardo oltre la “siepe” degli orticelli troppo piccoli per incidere in maniera significativa sugli indicatori economici di una provincia vasta come quella di Salerno. D’altro canto, tentare di diffondere il “buon senso” tra “cacicchi” abituati a sentirsi padri/padroni in virtù dell’elezione diretta non è operazione semplice, ma convincerli che è indispensabile lavorare alla costruzione di “reti” di Comuni omogenei per caratteristiche produttive, significherebbe anche avviare di fatto la realizzazione di una piattaforma sulla quale convogliare consenso al di la degli schieramenti politici. Tema – questo – tra quelli principali per chi aspira a vincere le elezioni regionali del prossimo anno.
In ogni caso, la priorità dominante resta sempre la stessa. Se è vero che la competizione tra territori si vince sulla base di una serie di processi virtuosi che solo “alleanze” locali forti possono mettere in moto, ora la Provincia ha davanti a sé un’opzione estremamente importante. Tra gli interrogativi da porre al nuovo presidente – e la sua appartenenza politica è davvero del tutto secondaria – rientra, quindi, anche questo: quale ruolo l’ente di Palazzo Sant’Agostino intende ricoprire per contribuire al tentativo di avviare la ripartenza dell’economia salernitana? Per entrare nel merito: dove - se non in sede provinciale - si può organizzare una ricognizione dei fabbisogni strutturali del sistema produttivo locale per, poi, procedere all’individuazione delle priorità progettuali da candidare ai finanziamenti europei sul tavolo regionale? Insomma, dove può/deve prendere forma un organismo istituzionale capace di mettere in campo una proposta “super partes” che impegna tutti gli attori dello sviluppo locale? Dove, cioè, può/deve nascere quell’embrione di “alleanza di territorio” dalla quale originare altre azioni forti per rianimare l’economia salernitana? I temi sono molteplici: ristrutturazione ed efficientamento delle aree industriali; protocolli di intese amministrative per accelerare tempi e procedure inerenti l’attivazione di nuove investimenti produttivi; progettazione e programmazione di iniziative a largo raggio per la promozione di contratti di rete e di “marchi” di territorio soprattutto in relazione ai mercati esteri eccetera eccetera. Dove si può/si deve trovare una sintesi istituzionale se non nel luogo deputato (ancora, per il momento) al governo dell’area vasta? Naturalmente, i dubbi che ciò accada sono di molteplice natura. L’incombenza della strumentalità politica in primo luogo (anche a causa della scadenza elettorale di cui si parlava prima). Ma anche le divisioni e le contrapposizioni evidenti tra le varie categorie produttive hanno un loro peso specifico (purtroppo). Per non parlare della “difficoltà” di dialogo istituzionale non solo tra Comune capoluogo e Regione Campania, ma in molti casi tra singoli Comuni (spesso tra quelli confinanti, e non c’è bisogno di aggiungere altro).
La sensazione è che l’insostenibile leggerezza di un Ente sopravvissuto a se stesso potrebbe protrarsi anche in questa seconda imprevedibile vita. Ma l’auspicio è di tutt’altro avviso: occorre provare a ripartire proprio da quell’area vasta abolita per legge, ma sempre presente nelle articolazioni economiche e produttive di tutti i territori che non vogliono rassegnarsi ad un lento ed inesorabile declino.
ERNESTO PAPPALARDOdirettore@salernoeconomy.it
Glocal di Ernesto Pappalardo
La laurea? Non basta
22/09/2017
Questo articolo è stato pubblicato sul quotidiano Il Mattino (edizione Salerno) venerdì 15 settembre 2017.
di P. Coccorese
ed E. Pappalardo
Se tre indizi fanno una prova, allora è il caso di convincersi una volta e per tutte che la provincia di Salerno di sicuro non è “adatta” ai laureati. Per la verità, non si tratta di una constatazione particolarmente nuova, ma mettere in fila numeri e percentuali che confermano una triste verità fa sempre un po’ impressione. Primo indizio: solo l’8 per cento dei laureati è previsto in entrata nel mercato del lavoro salernitano (fonte: Sistema Informativo Excelsior/Unioncamere/Ministero del Lavoro) nell’ultimo periodo monitorato (agosto-ottobre 2017) in relazione ai contratti che le imprese del settore privato – industria e servizi – hanno dichiarato di volere attivare. [Continua]
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Campania. La ripresa c’è, ma ancora lontani dalla pre-crisi
07/07/2017
Lo scenario.
Lo stato di salute dell’economia campana nel 2016 ha mostrato segnali di miglioramento, ma non tali da allentare le preoccupazioni - nel breve e medio periodo – dal punto di vista reddituale ed occupazionale. Secondo diversi fonti analitiche la “ripresina” si è basata su una lieve espansione della domanda interna – che ha rilanciato in maniera disomogenea i consumi – e dell’export (prioritariamente incentrato sul segmento farmaceutico ed in seconda battuta sull’agroalimentare). Il dato che, comunque, fotografa la reale dimensione della situazione si sintetizza nel ritardo ancora ben consolidato del Pil rispetto al periodo pre-crisi (2007). Nel 2016 il prodotto interno lordo campano accusa ancora un -16% in relazione al Pil registrato dieci anni fa. [Continua]
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