Tra le varie accentuate criticità che si contano in territori periferici, peraltro contestualizzati in aree in forte ritardo di sviluppo, come la provincia salernitana, va annoverata senza dubbio la mancanza di un ricambio effettivo della rappresentanza politica. Il problema non è meramente “anagrafico”, nel senso che non è legato sostanzialmente alla carenza, più o meno diffusa, di “personale” politico/istituzionale giovane per certificato di nascita. Occorre fare riferimento, invece, ad un “quadro” politico/partitico che non riesce ad esprimere sostanzialmente non solo (e non tanto) un numero ampio di giovani personalità, ma anche (se non soprattutto) proposte innovative e “visioni” strategiche concrete, un passo avanti rispetto alle rituali elencazioni dei problemi (da affrontare) e delle ipotetiche soluzioni (da realizzare). La scarsa (ed in fase regressiva) mobilità sociale si riflette nella “pietrificazione” delle dinamiche legate alla selezione della cosiddetta classe dirigente. Naturalmente, non è un’emergenza solo della politica e dei partiti. Basta dare uno sguardo alle altre categorie che compongono il mosaico socio/economico, o, per fare un esempio lampante, al mondo delle professioni (dove impera un nepotismo autoreferenziale impressionante). Il nodo vero, però, resta un altro: la circolazione e la diffusione di idee, progettualità, proposte convincenti ed aggreganti, capaci, cioè, di impattare positivamente sulla sempre più ampia fascia di persone (appartenenti a generazioni ed ambiti sociali molto diversificati) che hanno da tempo scelto di rimanere a distanza di sicurezza dal governo della cosa pubblica e, a maggior ragione, da quei microcosmi ad personam che oggi si configurano nei partiti. Né può bastare a scuotere l’anti/politica il movimentismo in atto trasversalmente nei diversi poli attualmente in campo. La crisi economica ed occupazionale in molti casi non agevola (a differenza di quanto generalmente si pensa) percorsi di ricambio generazionale (soprattutto qui al Sud). E’ come se si considerasse più efficiente il cosiddetto “usato sicuro” rispetto ad una nuova “offerta” generazionale, con il “conforto” di clientele e rendite di posizione ampiamente sperimentate.
La sensazione è che la transizione verso una nuova platea di attori pienamente operativi ed indipendenti in tutto il Mezzogiorno sarà molto complessa e non priva di rallentamenti, con il rischio di un’ulteriore accentuazione dello scollamento tra il pubblico dei cittadini e la rappresentanza politico/istituzionale. In altre parole: la selezione continuerà a passare attraverso il filtro di un “panel” auto/referenziale e solo leggermente “nuovo” rispetto ai decenni trascorsi. Quali cambiamenti attendersi in tale scenario complessivo – per fare un solo significativo esempio – nella formazione delle liste per i prossimi appuntamenti elettorali?
L’unica soluzione possibile per iniziare a porre rimedio a questo grave degrado generato dalla gestione personalistica e clientelare dei partiti (ma non solo) dovrà passare nella strettoia di una lenta e persistente iniziativa di (ri)animazione del territorio dal basso. Con tutte le eventuali derive che ne conseguono dal punto di vista dell’individuazione dei soggetti autenticamente “portatori” di cambiamento. E’ il costo della degenerazione della “prassi” politica degli ultimi trent’anni: la desertificazione sociale e culturale dei territori; l’archiviazione di qualsiasi articolazione realmente democratica in quelli che un tempo erano considerati gli “apparati” dei partiti; il grave svuotamento di poteri decisionali delle assemblee elettive. E se a tutto questo si aggiunge la colpevole ed irresponsabile miopia delle “filiere” istituzionali (occupate dai partiti) rispetto all’elaborazione ed all’attuazione di validi modelli di sviluppo, è chiaro che siamo in piena fase di destrutturazione dei processi di coesione sociale. Inutile aggiungere che sarà molto difficile rimettere in piedi qualsivoglia rapporto fiduciario tra cittadini, politica ed Istituzioni, ma l’unica strada che resta è proprio quella di praticare giorno per giorno l’esercizio della verità, accantonando le declamazioni tarate sul ritmo delle campagne elettorali e provando, invece, a parlare delle cose che è possibile fare. Tutti insieme, senza sterili localismi o deleteri protagonismi. Un processo lungo, naturalmente. E non è proprio detto che si realizzi. A parte i soliti annunci o pre/annunci di chissà quali mirabolanti cure salvifiche.