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ICEA - Istituto Certificazione Etica e Ambientale

  • Tesoro "verde" sotto gli occhi ma non interessa

    La storia è veramente antica. Ma si ripete quasi sempre senza alcun elemento di novità. Avere sotto gli occhi qualcosa – a portata di mano – ne svilisce il valore. E se parliamo di modelli di sviluppo, è ancora più evidente che si danno per scontate in questa provincia (e nell’intera regione) troppe cose. Per usare un paragone del tutto improprio, il verso di una poesia di Omar Falworth descrive bene la situazione paradossale nella quale siamo precipitati: “Tanti si accorgono di averla avuta, quando, ormai, non l’hanno più”. Falworth si riferisce alla cosa più bella del mondo: la felicità. L’appropriazione di questo paragone è senza dubbio indebita, ma rende bene quello che sta accadendo ai produttori agricoli. Mentre da anni reggono l’aggressione della crisi e macinano successi all’estero, nessuno (o quasi) si rende conto che sarebbe almeno il caso di stare ad ascoltarli. Magari di fare qualcosa di più costruttivo per mettere a regime la filiera agroindustriale che di fatto è uno degli asset portanti (per non dire il principale) della disastrata economia campana e meridionale. Insomma, corriamo il serio rischio di condannare ad una dimensione residuale proprio quell’insieme di aziende che, invece, inserite in una logica industriale (nel verso senso del termine) possono rappresentare la “sliding door” di un nuovo ciclo di sviluppo sensato e realmente perseguibile. Ma – va detto – spesso le “sliding doors” non si riconoscono o si valutano come varchi di accesso uguali ad altri. E in questo modo si commettono errori difficili da dimenticare o superare. La storia economica meridionale è piena zeppa – purtroppo – di questi casi di scuola. Ma se ci si basa sui numeri, diventa davvero incomprensibile il perché di tanti ritardi e di così ingiustificabili disattenzioni verso questo comparto di eccellenza. “La filiera agroindustriale campana, composta dal settore primario e da quello della trasformazione industriale di prodotti alimentari - si legge nel bollettino della Banca d’Italia presentato nello scorso mese di giugno - si caratterizza per una propensione all’export maggiore della media italiana: il rapporto tra esportazioni e valore aggiunto nel 2010 superava i due terzi in Campania ed era pari al 55 per cento circa in Italia”. “In alcuni comparti, l’export regionale - è scritto ancora nel documento Bankitalia - è stato favorito dalla diffusione di prodotti con riconoscimenti di qualità (Denominazione di Origine Protetta, Indicazione Geografica Protetta e Specialità Tradizionale Garantita)”. Giusto per sottolineare il “Dna” strutturato sull’eccellenza. A livello di territorio salernitano sono ancora i numeri a chiarire il ruolo interpretato da questa filiera negli ultimi anni. Il Rapporto “Tagliacarne” evidenzia che gli addetti in agricoltura rappresentano l’8 per cento del totale provinciale rispetto alla media italiana del 3,7%. La quota di valore aggiunto, sempre provinciale, relativo al comparto primario è del 3,7%, mentre in Italia è del 2%. Le produzioni di qualità della provincia si attestano al 44% del totale regionale. In questa provincia nel medio periodo (2008-2011), l’agricoltura ha fatto registrare un trend (+15,3%), “ben superiore al risultato, pur positivo, della Campania (+2,8%)”. Per quale motivo? Perché – spiegano gli analisti – possiamo contare sulla “significativa presenza di imprese agricole che attuano produzioni immediatamente commerciabili e fruibili anche presso la Grande Distribuzione”. Se allarghiamo lo sguardo al panorama nazionale, la ricerca realizzata da Srm (Centro Studi collegato al Gruppo Intesa Sanpaolo) - presentata a Napoli un mesetto fa – conferma le potenzialità insite nel binomio agricoltura/industria. “L’agricoltura presenta un valore aggiunto di 28,1 mld di euro pari al 2% della ricchezza complessiva ma che interagendo con tutti i settori ad essa collegati - industria alimentare, distribuzione, servizi e, quindi, l’indotto - raggiunge un valore di 267 miliardi di euro pari al 17% del Pil, in crescita di oltre il 10%, a partire dagli anni ’90”. Ma è importante sottolineare che “circa il 20% della filiera (53,8 mld) è da attribuire alla produzione agroindustriale (agricoltura e industria alimentare) ed una fetta consistente è rappresentata dal Mezzogiorno (circa il 30%). Insomma, il quadro è del tutto chiaro. La domanda da porsi, allora, diventa un’altra: ma perché – in attesa che le “filiere” politico-istituzionali inizino, prima o poi, a produrre qualcosa di concreto – non si parte dal basso per articolare un’alleanza agricoltura/industria con l’obiettivo di rafforzare la capacità competitiva del territorio provinciale (contratti di rete, bond di distretto, missioni all’estero eccetera)? ERNESTO PAPPALARDO direttore@salernoeconomy.it


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La laurea? Non basta
22/09/2017

thumbnail-small-1.jpgQuesto articolo è stato pubblicato sul quotidiano Il Mattino (edizione Salerno) venerdì 15 settembre 2017.

di P. Coccorese

ed E. Pappalardo

Se tre indizi fanno una prova, allora è il caso di convincersi una volta e per tutte che la provincia di Salerno di sicuro non è “adatta” ai laureati. Per la verità, non si tratta di una constatazione particolarmente nuova, ma mettere in fila numeri e percentuali che confermano una triste verità fa sempre un po’ impressione. Primo indizio: solo l’8 per cento dei laureati è previsto in entrata nel mercato del lavoro salernitano (fonte: Sistema Informativo Excelsior/Unioncamere/Ministero del Lavoro) nell’ultimo periodo monitorato (agosto-ottobre 2017) in relazione ai contratti che le imprese del settore privato – industria e servizi – hanno dichiarato di volere attivare.  [Continua]

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    Campania. La ripresa c’è, ma ancora lontani dalla pre-crisi
    07/07/2017

    Lo scenario.

    Lo stato di salute dell’economia campana nel 2016 ha mostrato segnali di miglioramento, ma non tali da allentare le preoccupazioni - nel breve e medio periodo – dal punto di vista reddituale ed occupazionale. Secondo diversi fonti analitiche la “ripresina” si è basata su una lieve espansione della domanda interna – che ha rilanciato in maniera disomogenea i consumi – e dell’export (prioritariamente incentrato sul segmento farmaceutico ed in seconda battuta sull’agroalimentare). Il dato che, comunque, fotografa la reale dimensione della situazione si sintetizza nel ritardo ancora ben consolidato del Pil rispetto al periodo pre-crisi (2007). Nel 2016 il prodotto interno lordo campano accusa ancora un -16% in relazione al Pil registrato dieci anni fa. [Continua]


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