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ICEA - Istituto Certificazione Etica e Ambientale

  • Intervista a Giuseppe De RitaDe Rita: “Troppe diseguaglianze, Masaniello dietro l’angolo” “Occorre interpretare la polarizzazione a livello sociale". “Mancano azioni specifiche per il rilancio dell'economia del Sud”. “Tra le priorità per il rilancio dell’economia non si intravedono azioni specifiche per il sistema economico e produttivo delle regioni meridionali”.

    In occasione del primo numero del 2015 della newsletter di salernoeconomy.it, si ripropone l’intervista realizzata con il presidente del Censis Giuseppe De Rita, pubblicata nel numero del 19 settembre 2014. Le analisi contenute nell'articolo e la loro grande attualità suggeriscono molte delle riflessioni che accompagneranno il nuovo anno.

    di Ernesto Pappalardo

    “C’è una grande confusione in giro, ma il Mezzogiorno deve assolutamente recuperare spazio e visibilità nell’agenda politica ed istituzionale. E’ in atto un processo di polarizzazione delle dinamiche sociali, aumentano le disuguaglianze e corriamo il rischio di ritrovarci davanti nuovi Masaniello. La verticalizzazione dei percorsi decisionali va interpretata e governata perché è una tendenza che appare incontrastabile. E’ questa la sfida dei prossimi anni delle classi dirigenti meridionali e di tutto il Paese”. Giuseppe De Rita, presidente del Censis, in questa intervista a salernoeconomy.it offre una lettura molto problematica della situazione nella quale si ritrova il Sud e non nasconde le sue perplessità sull’effettiva valenza dei modelli di sviluppo legati alla spinta dal basso. “Non sono convinto - dice – che siano rintracciabili nei territori del Sud le energie necessarie. Quello che serve, invece, è ritagliare con forza lo spazio e le risorse necessarie per le aziende meridionali all’interno delle politiche industriali che vanno delineandosi al livello nazionale: internazionalizzazione; digitalizzazione e banda larga; energia”. “Tutti snodi strategici - spiega - che impatteranno maggiormente sulla grande dimensione produttiva allocata principalmente al Nord. E’ indispensabile, quindi, disegnare interventi a misura del Sud”.
    Presidente De Rita, dal suo osservatorio come vede il Mezzogiorno? In che condizione si ritrova?
    “A livello generale siamo in presenza di una grande confusione, non c’è dubbio. In Italia e maggiormente nel Mezzogiorno siamo di fronte ad un aumento sensibile delle disuguaglianze e delle tensioni. Si implementano le distanze tra le fasce di reddito. La storica stabilizzazione delle dinamiche di coesione sociale dovuta al processo di “cetomedizzazione” del Paese inizia a scricchiolare: nell’arco di un decennio assisteremo ad un incremento ulteriore delle differenze reddituali e questa non è affatto una buona notizia”. 
    Lei anche altre volte ha parlato di coesione sociale a rischio.
    “E’ così. Si aprono scenari molto difficili e complessi. Penso che la vera sfida per le rappresentanze politiche, istituzionali, sociali, datoriali del Sud, ma non solo, è quella di interpretare (proponendo soluzioni adeguate) le dinamiche di queste crescenti diseguaglianze e di incanalarle in processi propositivi e costruttivi. Altrimenti rischiamo una nuova epopea di Masaniello provenienti dalla politica, dall’imprenditoria, dalle stesse istituzioni. Un rischio che bisogna assolutamente scongiurare. Ma d’altro canto le nuove classi dirigenti nascono sempre da un momento di conflitto, non dimentichiamolo”. 
    Nel frattempo il Sud sembra “espulso” dalla geografia dei provvedimenti istituzionali. Concorda?
    “La situazione di generale appiattimento verso il segno meno ed il consolidamento di uno scenario diffusamente negativo contribuiscono a non fare percepire dall’esterno la condizione di eccezionale gravità nella quale si trova il Mezzogiorno e da non poco tempo. Anche psicologicamente l’approccio complessivo porta a generalizzare e al tentativo di uniformare la crisi che colpisce il Sud a quella in atto nel resto del Paese”.
    Come dovrebbero reagire, a suo giudizio, le comunità del Sud?
    “L’atteggiamento delle comunità del Mezzogiorno di fronte alle problematiche della crescita sociale e dello sviluppo economico è stato storicamente passivo. Anche negli anni della Cassa del Mezzogiorno si riscontrò un processo di deresponsabilizzazione in aree che si spopolavano e continuavano ad impoverirsi. Ancora oggi si avvertono i riflessi di questo approccio e difficilmente si rintraccia una piena adesione a percorsi di sviluppo endogeni. L’esperienza fatta personalmente negli anni dei patti territoriali si configurò come il tentativo di dinamicizzare il tessuto locale delle diverse aree meridionali, ma influì negativamente la gestione in forma paternalistica dall’alto di quel tipo di strumento. Negli anni successivi la passività delle comunità meridionali si è andata per così dire aggravando”.
    E adesso come si può provare a venire fuori da una situazione per molti versi drammatica?
    “Prima di tutto occorre che il Mezzogiorno in tutte le articolazioni della sua classe dirigente e delle sue forme di rappresentanza trovi il modo di rimanere agganciato al dibattito che si va sviluppando nelle varie sedi decisionali. Appare chiaro che il primo problema è rendersi conto che le tematiche sulle quali si sta discutendo e che saranno oggetto prima o poi (si spera) di interventi operativi, si concentrano in ambiti che certamente non fanno riferimento in prima battuta alla piccola e media impresa e, quindi, al Sud. Mi riferisco, per esempio, all’implementazione delle politiche per l’internazionalizzazione; per l’innovazione tecnologica e per l’energia. Se riflettiamo un attimo, è evidente che il target principale dal punto di vista del tessuto produttivo risiede al Nord. Intendiamoci: è del tutto legittimo che si proceda in questa direzione. Ma, è altrettanto chiaro che i piccoli al momento sembrano destinati a restare tagliati fuori”.
    E che cosa si dovrebbe/potrebbe fare?
    “Questo nuovo tipo di politiche settoriali – nel senso dell’individuazione di ambiti di riferimento e non di categorie produttive vere e proprie – dovrebbe essere articolato (ed è questo l’obiettivo in base al quale orientare gli sforzi delle rappresentanze del Sud) anche verso la dimensione delle aziende del Sud. In altre parole, occorre in questa fase avere la capacità di posizionare il Mezzogiorno sui tavoli dove si elaborano e si decidono le politiche industriali intese in questa nuova accezione. Il Meridione non può rimanere fuori da questa discussione. E’ questo il primo sforzo da compiere”.
    Su quale modello di sviluppo si deve puntare? Sviluppo dal basso o dall’alto?
    “Dopo la “follia” del Governo che pensionò i patti territoriali ha ancora senso insistere sullo sviluppo dal basso? Francamente è difficile rispondere a questo interrogativo. Dobbiamo porci il problema di capire se sia ancora possibile mettere in circuito l’energia sufficiente per attivare un modello di sviluppo dal basso. Ho il timore che non sia così semplice nello scenario attuale realizzare azioni del genere. Quello che è certo, però, è che il Sud deve trovare la forza di essere maggiormente presente nel circuito mediatico e politico in modo da porre all’attenzione generale quelle che sono le sue specifiche problematiche e le sue caratteristiche positive. Insomma: quali sono gli interessi del Sud nel momento in cui si giocano partite importanti all’interno della dimensione europea dello sviluppo industriale? Se non si recupera su questo versante prima di tutto dal punto di vista della visibilità, sarà molto difficile ottenere risultati concreti sotto il profilo delle progettualità e degli interventi necessari nelle regioni meridionali”.
    E i corpi intermedi? Li considera sempre indispensabili?
    “I corpi intermedi? Credo di essere rimasto l’ultimo giapponese a difendere il ruolo delle Province, solo per chiarire il mio punto di vista. Ma bisogna fare i conti con quella che mi sembra l’ineluttabilità dei processi di verticalizzazione delle decisioni. Credo che la riduzione dei processi di mediazione sia il destino che dovremo affrontare. D’altro canto, se i corpi intermedi si rivelano flaccidi e controproducenti, è meglio non mantenerli in vita: mi sembra una tendenza storicamente non discutibile. Al Sud il vero problema non è certo la presenza dei corpi intermedi. In molti casi ci siamo trovati di fronte a mere sigle con scarsa capacità di rappresentanza. Ora occorre, invece, capire nel Mezzogiorno come altrove come si incanalano queste dinamiche di verticalizzazione: chi fa che cosa e con quale logica di riferimento. Occorre individuare gli interlocutori giusti per interpretare il decisionismo verticale. Altrimenti incapperemo in altre derive negative e si accumuleranno ancora ritardi difficilmente recuperabili”.

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    La scheda.

    Il “padre” dello sviluppo dal basso

    Giuseppe De Rita, sociologo, è presidente del Censis (Centro Studi Investimenti Sociali). E’ l’inventore del rapporto che ogni anno analizza le tendenze profonde della società italiana. Già presidente del Cnel (1989-2000) e tra i fondatori della Fondazione Rete Imprese Italia, dove ha ricoperto anche il ruolo di presidente, fino al 2012. De Rita è stato definito “il cantore” ed i rapporti annuali del Censis “una saga a puntate” (copyright: Stefano Cingolani) della società italiana. Nel dicembre del 1955 entrò alla Svimez per occuparsi della sezione sociologica. Il Censis svolge da cinquant'anni una costante e articolata attività di ricerca, consulenza e assistenza tecnica in campo socio-economico. Tale attività si è sviluppata nel corso degli anni attraverso la realizzazione di studi sul sociale, l'economia e l'evoluzione territoriale, programmi d'intervento e iniziative culturali nei settori vitali della realtà sociale: la formazione, il lavoro e la rappresentanza, il welfare e la sanità, il territorio e le reti, i soggetti economici, i media e la comunicazione, il governo pubblico, la sicurezza e la cittadinanza. 
    De Rita è stato anche, tra le tante altre cose, il “padre” dei patti territoriali (programmazione negoziata) e dell’elaborazione del modello del cosiddetto sviluppo dal basso. (Er. Pa.)


    Giuseppe De Rita
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La laurea? Non basta
22/09/2017

thumbnail-small-1.jpgQuesto articolo è stato pubblicato sul quotidiano Il Mattino (edizione Salerno) venerdì 15 settembre 2017.

di P. Coccorese

ed E. Pappalardo

Se tre indizi fanno una prova, allora è il caso di convincersi una volta e per tutte che la provincia di Salerno di sicuro non è “adatta” ai laureati. Per la verità, non si tratta di una constatazione particolarmente nuova, ma mettere in fila numeri e percentuali che confermano una triste verità fa sempre un po’ impressione. Primo indizio: solo l’8 per cento dei laureati è previsto in entrata nel mercato del lavoro salernitano (fonte: Sistema Informativo Excelsior/Unioncamere/Ministero del Lavoro) nell’ultimo periodo monitorato (agosto-ottobre 2017) in relazione ai contratti che le imprese del settore privato – industria e servizi – hanno dichiarato di volere attivare.  [Continua]

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    Campania. La ripresa c’è, ma ancora lontani dalla pre-crisi
    07/07/2017

    Lo scenario.

    Lo stato di salute dell’economia campana nel 2016 ha mostrato segnali di miglioramento, ma non tali da allentare le preoccupazioni - nel breve e medio periodo – dal punto di vista reddituale ed occupazionale. Secondo diversi fonti analitiche la “ripresina” si è basata su una lieve espansione della domanda interna – che ha rilanciato in maniera disomogenea i consumi – e dell’export (prioritariamente incentrato sul segmento farmaceutico ed in seconda battuta sull’agroalimentare). Il dato che, comunque, fotografa la reale dimensione della situazione si sintetizza nel ritardo ancora ben consolidato del Pil rispetto al periodo pre-crisi (2007). Nel 2016 il prodotto interno lordo campano accusa ancora un -16% in relazione al Pil registrato dieci anni fa. [Continua]


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