Nel quadro politico attuale si assiste ad una marginalizzazione delle ali estremeL’insostenibile “leggerezza” della sinistra
La dinamica “fagocitante” dei democrat pare restringere gli spazi non omologati al centro. Eppure il quadro socio/economico campano apre ampie praterie per la rappresentanza di interessi al di fuori di quello che un tempo era considerato il ceto medio.
di Ernesto Pappalardo
I paradossi della politica alimentati dalla crisi economica e produttiva si moltiplicano sempre di più. E, soprattutto, si assiste ad un “effetto” fagocitante da parte del partito guidato da Matteo Renzi, nonostante le varie difficoltà interne che sconta in Campania. Prendiamo, per esempio, la parte a sinistra del Pd. In una situazione come quella che si vive a livello regionale - disoccupazione galoppante (in particolar modo giovanile), redditi delle famiglie in picchiata, scarsità di investimenti, taglio dei servizi anche minimali pubblici - sarebbe del tutto normale assistere ad una nuova stagione di protagonismo (anche solo mediatico) delle formazioni che un tempo costituivano l’anima ortodossa dei Ds/Pd. E, invece, il movimentismo per molti versi sfuggente di Sel e dei suoi aggregati sembra ancora più rarefatto nel “racconto” del cambiamento che, pure, tra mille difficoltà e contraddizioni deve essere colto in questi mesi. Le ragioni di tale situazione sono evidentemente da individuare in un processo più generale di allontanamento dalla politica di larghe fasce giovanili che preferiscono la protesta de/ideologizzata di altri movimenti (M5Stelle, per esempio) o il totale distacco dalla vicenda pubblica. Probabilmente sta prendendo il sopravvento definitivo quel disincanto che è oltre il confine del disimpegno. Né si intravede alcuna capacità - non solo a sinistra del Pd, ma largamente anche dentro il Pd - di lavorare ad un disegno in grado di intercettare almeno il censimento delle aspettative di questa parte di elettorato che con tutta probabilità sceglierà di prendere sempre più le distanze dal “teatrino” della politica e dei partiti. E’ evidentemente una delle tante – ma senza dubbio tra le più gravi – conseguenze del marasma nel quale è precipitata la vita pubblica a tutti i livelli. La scarsa credibilità del “personale” politico si intreccia con la permanente incapacità di dare soluzioni concrete ai problemi da troppo tempo sul tappeto. A generare ulteriore confusione è sopravvenuta l’interpretazione dominante che associa il cambiamento alla cosiddetta “rottamazione”, generando l’equivoco che l’età anagrafica sia automaticamente generatrice di rinnovamento nelle metodologie (o meglio liturgie) di gestione dei partiti e della politica. In altri termini, non si può pensare che possa bastare per recuperare ad un ruolo di cittadinanza attiva consistenti fasce giovanili solo il “meccanismo2 delle “facce nuove”. E’ sicuramente un percorso attrattivo dal punto di vista dello storytelling messo in campo dagli strateghi del marketing della politica, ma nella concretezza dei territori più disagiati (come quelli campano e salernitano) resta più che altro una delle tante “novità” di facciata dei partiti non ritenute in grado di produrre alcunché di effettivo per mutare le condizioni di non lavoro e di progressiva emarginazione dai processi produttivi (e di mobilità sociale). E’ un quadro francamente avvilente perché tocca temi traversali a tutte le formazioni politiche che si confrontano e scontrano mantenendo una distanza quasi sempre siderale dall’universo frequentato dalle persone “normali”. Ed è una criticità che è ancora più evidente perché si materializza proprio in quell’ambito di impegno politico che storicamente si era sempre rivelato molto radicato nelle fasce sociali più deboli. Un percorso comune – per esempio – al distacco dalle forme attive di identificazione nella rappresentanza sindacale. Insomma, sul tavolo spicca il grande problema della tutela dei diritti di quelli che un tempo venivano definiti “ultimi” o “senza voce”. Quelli che il Pci/Pds/Ds diceva di non volere “lasciare indietro”, rispolverando la retorica del partito “solidale”.
E’ convinzione comune che questa “leggerezza” a sinistra del Pd sia l’ulteriore conferma dell’incrinatura forte e grave del patto fiduciario tra elettori ed eletti. Una rottura storica che non risparmia nessuna formazione politica. Non è una buona notizia, anche perché nel vuoto di rappresentanza è inevitabile che prenda piede sempre più un atteggiamento di protesta, affievolendo il versante della necessaria proposta. All’orizzonte non appaiono leadership in grado di mettere mano in maniera autorevole a questa situazione, è non è assolutamente questione di età anagrafica. Il cambiamento vero è un altro cosa.