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ICEA - Istituto Certificazione Etica e Ambientale

  • “Articolo 41”/Online su Facebook il “pensatoio” su economia e sviluppo localeRoberto De Luca: “Contro il declino è il momento delle risposte” “Il nostro obiettivo è mobilitare persone realmente motivate, pronte a mettere in campo le proprie competenze al servizio della comunità nella quale vivono e si riconoscono”

    Da lunedì scorso è online sul social network Facebook (http://www.facebook.com/articoloquarantuno) la piattaforma programmatica di “Articolo 41” il contenitore di idee sui temi dell'economia, del lavoro e dello sviluppo del territorio ideato da Roberto De Luca, esperto di fiscalità e gestione delle imprese. Il “think tank” - ispirato “alla norma costituzionale che coniuga la libera iniziativa economica alla sua utilità sociale e alla libertà e dignità umana” – si pone tra gli obiettivi quello di stimolare il confronto tra quanti intendono “intraprendere una discussione aperta, feconda e foriera di idee concrete su temi chiave del dibattito economico nazionale”. “Faccio appello - scrive Roberto De Luca nel messaggio di presentazione della pagina Facebook - a tutti voi, a chi non si rassegna al declino, a chi ogni giorno combatte con onestà per sostenere la propria famiglia, mantenere un’impresa, far progredire uno studio professionale, aiutare il prossimo con attività di volontariato. Mi rivolgo – continua - a chi, seguendo l’insegnamento di Abramo Lincoln, non vuole peccare di silenzio: facciamo sentire la nostra voce e diamo il nostro contributo per far ripartire il Paese”.
    Perchè nasce “Articolo 41”, con quale mission?
    “La missione ispiratrice di “Articolo 41” è quella di realizzare un contenitore di proposte, un raccoglitore ed amplificatore di idee relative all’economia, al lavoro e allo sviluppo del territorio. Se nella classifica 2013 della Banca Mondiale l’Italia si colloca ancora al 73° posto per facilità di fare impresa, significa che c’è ancora tanto da fare per supportare le nostre aziende, migliorarne la competitività, attrarre investimenti esteri, combattere la disoccupazione e arginare nuovi fenomeni di emigrazione che, soprattutto al Sud, rischiano di inaridire ulteriormente il contesto socio- economico”. 
    Il nome scelto configura una scelta precisa, anche se “complicata” da sostenere soprattutto in un momento di generale confusione come quello attuale?
    “Il nome del “think tank” è in omaggio alla norma costituzionale – l’art. 41 appunto - che stabilisce principi fondamentali, in molti casi trascurati sia dalle parti sociali che dalla politica: il primo è quello della libera iniziativa economica, motore della crescita e dello sviluppo, a volte dimenticato da certa sinistra pseudo-Keynesiana e un po’ statalista; il secondo, d’altra parte, evidenziando la necessità di rispettare la libertà e la dignità umana, nonché di coordinare e indirizzare l’attività economica a fini sociali, è spesso calpestato da una destra che ha incarnato un liberismo solo teorico, che in pratica si è estrinsecato unicamente in condoni e scudi fiscali. In questo contesto di ormai ventennale contrapposizione cercheremo di dimostrare che una terza via è possibile, coinvolgendo quanti vogliano offrire un contributo per migliorare l’attuale situazione del Paese. Lo faremo in piena libertà, senza tabù, senza barriere, discutendo nel merito le proposte che verranno dalla società, cercando sempre di perseguire il sottile e delicato equilibrio tra sviluppo, competizione, merito, solidarietà ed equità. L’obiettivo primario, dunque, è innanzitutto quello di mobilitare energie e persone realmente motivate, pronte a mettere in campo le proprie competenze ed il proprio attaccamento alla propria comunità in un momento nel quale bisogna contribuire ad individuare risposte efficaci”. 
    Come si realizzerà la vostra attività?
    “Oltre ad incontri e dibattiti, a breve sarà realizzata anche una piattaforma web che consentirà in maniera più agevole di diffondere idee e proporre riforme da poter discutere, condividere ed eventualmente trasmettere agli organi legislativi sotto forma di disegno di legge, interrogazioni parlamentari e così via. In quest’ottica, la pagina facebook di “Articolo41” è solo un primo passo, un luogo virtuale di confronto per coinvolgere in maniera rapida ed efficace quanti vorranno dare un contributo in termini di proposte, riflessioni, informazioni, approfondimenti e così via”.
    Il documento/ I 10 punti programmatici di “Articolo 41”.
    1. La prima impressione di questi giorni, legata soprattutto all’iter della Legge di stabilità è che, ancora una volta, l’emergenza Sud non sia trattata con la dovuta incisività. Per non dire che è quasi completamente dimenticata. C’è traccia di qualche misura agevolativa (tra l’altro in attesa di regolamenti attuativi ancora da emanare…), ma nessuna riforma strutturale si intravede all’orizzonte. Basti pensare a come, dopo il rumore dei primi giorni, anche la presenza di circa 800.000 (ottocentomila!!) tonnellate di rifiuti tossici sia passata in secondo piano. 
    2. Travolta dalla discussione sulla riduzione del cuneo fiscale, è scivolata in sordina anche la risoluzione della madre di tutte le battaglie: l’abolizione (o la rimodulazione) dell’IRAP!! Anche in questo caso, solo qualche timido accenno, poiché si è preferito concentrarsi su IMU, TARSU, TARES, TRISE e altre amenità simili. Continueremo, quindi, ad assistere ad aziende in perdita costrette comunque a pagare tasse, penalizzando, ovviamente, quelle a maggiore intensità di capitale umano e discriminando, ancora una volta, i vari soggetti su base territoriale, a causa delle addizionali che paghiamo in molte regioni. 
    3. Nell’eterno dibattito relativo all’equità fiscale, è impensabile provare ad introdurre profili di progressività tributaria anche per le imprese? In un paese il cui tessuto imprenditoriale è costituito per la quasi totalità da PMI, modulare la tassazione sulle società considerando, ad esempio, due aliquote (come avviene in Inghilterra, dove esistono uno Small and big profit rate) appare una riforma degna almeno di una riflessione. 
    4. In un Paese come il nostro, con valori di imprenditorialità tra i più alti d’Europa (66 imprese ogni mille abitanti), il sostegno alle start up non gode della giusta attenzione ma si registrano ancora enormi ritardi e difficoltà per avviare qualsiasi iniziativa economica: incertezza normativa, conferenze di servizi infinite, adempimenti burocratici cervellotici e costi elevati. Almeno per quest’ultimo aspetto, è peregrino pensare ad agevolazioni “reali” per nuove società create da giovani e donne per i primi tre anni di attività (ad esempio mancato pagamento di diritti ed imposte varie)? 
    5. Il nostro contesto competitivo rischia di soffocare ogni slancio imprenditoriale, ogni propensione al rischio: mentre le istituzioni dovrebbero supportare le imprese con ogni sforzo possibile, si assiste solo al proliferare di soggetti pubblici che creano duplicazioni di tempi e costi per ogni atto amministrativo (da umile consulente aziendale, ancora non sono riuscito a intravedere la reale utilità, ad esempio, dei famigerati Consorzi ASI o di enti simili….). Probabilmente uno Stato “ingombrante” come quello a cui siamo abituati è anacronistico e, in molti casi, genera inefficienza e danni alla collettività (si pensi alla gestione della vicenda Alitalia). All’interventismo pubblico cui si assiste ancora troppo spesso, si contrappone l’inerzia nell’erogazione di servizi di qualità e l’indifferenza verso aziende che continuano a morire di crediti.  
    6. I quindici anni appena trascorsi hanno visto l’economia italiana “rimpicciolirsi” su scala globale, come testimoniato dalla nostra quota di mercato sull’export mondiale, passata dal 4,7% del 1996 al 2,7% del 2012: un crollo esorbitante, pari a circa il 40%, cui non hanno fatto seguito interventi efficaci volti a fronteggiare questo inesorabile declino. Le nostre imprese, che in molti casi rappresentano elementi di assoluta eccellenza meritano un supporto più strutturato ed efficace. 
    7. Oltre all’esigenza di un’economia meno ingessata e più libera, non si può non evidenziare l’impellente necessità di una profonda riforma del sistema fiscale. Dando per scontata la lotta senza quartiere alla dilagante evasione, il fisco non può essere considerato ancora “nemico” del contribuente e può essere ripensato attraverso un approccio diverso da quello finora adottato: dalla deducibilità degli interessi passivi all’ACE, dalla rivisitazione degli studi di settore alla possibilità di ammortamenti anticipati e accelerati, una riforma in senso meno punitivo e più collaborativo.   
    8. Per arginare la crisi dell’edilizia e limitare il gap infrastrutturale che ancora scontiamo, è necessario immaginare strumenti di supporto all’utilizzo del partenariato pubblico privato, senza pregiudizi o battaglie ideologiche. Per concessioni e project financing, ad esempio, oltre ad una drastica sburocratizzazione, potrebbe essere efficace l’introduzione di un’aliquota fiscale flat agevolata (ad esempio al 20%), per incentivare i privati ad investire. 
    9. Insieme alle imprese anche i professionisti sono in grande difficoltà. La riforma Fornero, che ha inasprito il già elevato carico contributivo su soggetti senza autonoma cassa di previdenza, è stata il colpo di grazia per le circa 400.000 “partite IVA” chiuse in 5 anni. Trovare fondi da destinare, ad esempio, alla copertura dell’IRAP per i nostri professionisti, è di importanza vitale per un settore fondamentale dell’economia italiana. 
    10. In ultimo, tanto resta da fare per dare una svolta al nostro mercato del lavoro. Con tassi di disoccupazione alle stelle (soprattutto giovanile e femminile), è necessario probabilmente ripensare i rapporti tra le parti sociali. Anche la battaglia sull’articolo 18 deve essere affrontata in termini non ideologici, per raggiungere due obiettivi fondamentali: da un lato una maggiore flessibilità che consenta alle imprese di assumere in maniera più agevole, dall’altro meccanismi che garantiscano comunque la possibilità di un’esistenza dignitosa anche a chi dovesse uscire temporaneamente dal mercato del lavoro. Dobbiamo tutelare il lavoro e non il “posto”, protetto a volte con infiniti sussidi e senza alcuna logica economica da liturgie sindacali figlie di un’altra epoca.


    Roberto De Luca
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La laurea? Non basta
22/09/2017

thumbnail-small-1.jpgQuesto articolo è stato pubblicato sul quotidiano Il Mattino (edizione Salerno) venerdì 15 settembre 2017.

di P. Coccorese

ed E. Pappalardo

Se tre indizi fanno una prova, allora è il caso di convincersi una volta e per tutte che la provincia di Salerno di sicuro non è “adatta” ai laureati. Per la verità, non si tratta di una constatazione particolarmente nuova, ma mettere in fila numeri e percentuali che confermano una triste verità fa sempre un po’ impressione. Primo indizio: solo l’8 per cento dei laureati è previsto in entrata nel mercato del lavoro salernitano (fonte: Sistema Informativo Excelsior/Unioncamere/Ministero del Lavoro) nell’ultimo periodo monitorato (agosto-ottobre 2017) in relazione ai contratti che le imprese del settore privato – industria e servizi – hanno dichiarato di volere attivare.  [Continua]

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    Campania. La ripresa c’è, ma ancora lontani dalla pre-crisi
    07/07/2017

    Lo scenario.

    Lo stato di salute dell’economia campana nel 2016 ha mostrato segnali di miglioramento, ma non tali da allentare le preoccupazioni - nel breve e medio periodo – dal punto di vista reddituale ed occupazionale. Secondo diversi fonti analitiche la “ripresina” si è basata su una lieve espansione della domanda interna – che ha rilanciato in maniera disomogenea i consumi – e dell’export (prioritariamente incentrato sul segmento farmaceutico ed in seconda battuta sull’agroalimentare). Il dato che, comunque, fotografa la reale dimensione della situazione si sintetizza nel ritardo ancora ben consolidato del Pil rispetto al periodo pre-crisi (2007). Nel 2016 il prodotto interno lordo campano accusa ancora un -16% in relazione al Pil registrato dieci anni fa. [Continua]


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